giovedì 27 marzo 2014

Eli Reed - Io, in quanto nero americano

Si racconta.
Per me, fare fotografia di documentazione significa entrare in contatto con il mondo e le cose che si vedono, fotografandole. E' quello che registri mentre passeggi sul pianeta terra. Se gli alieni venissero a visitarci, sarebbe questo un modo per spiegare loro la nostra realtà.

Il mio lavoro, quello che senti più personale, come il saggio su Black in America o le foto on bianco e nero su Beirut che ho scattato a margine di quelle del mio assignement, sono le cose che hanno per me maggior valore. Qualcosa che è nato quasi da sè, senza una vera intenzione da parte mia. Non si tratta di storie lineari, con un inizio, un centro forte e una fine.
Sono una riflessione sul passato e sul futuro, ma tutte queste foto, a loro modo, racchiudono un cuore di significato forte. Rappresentano la riflessione più onesta di quel che ho visto e di quel che ho sentito.

In Africa io ho sentito la fertilità del suolo, il genuino nesso che lega gli esseri umani alla superficie della terra. Avevo bisogno di camminare sul suolo africano per cercare di comprendere il destino collettivo dei neri americani. E io, in quanto nero americano che vive negli Stati Uniti, sentivo la spinta dell'eternità e la ricerca di un posto che ancora non c'è. Un posto che dovrebbe diventare, ma che ancora non è, quello dove poter riposare. Un posto che racconti ai posteri della fatica di mio padre e di mia madre e di quanto io sappia di non potermi aspettare mai, nel corso della mia vita, conforto o sollievo.
Forse i figli dei nostri figli potranno godere di questo. Ma noi dobbiamo ancora lavorarci.

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mercoledì 26 marzo 2014

I colori del mondo

Cinquanta scatti inediti di 32 fotografi del National Geographic declinati attraverso quattro colori: rosso, verde, bianco e azzurro.

L’esposizione "I colori del mondo" di National Geographic Italia, organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia e promossa da Genova Palazzo Ducale Fondazione per la cultura sarà in mostra dal 31 gennaio al 1 aprile 2014 nella loggia degli Abati del Palazzo Ducale di Genova.

In questa foto: Gli scaricatori di un camion di farina contano la paga ricevuta, in Somalia.

lunedì 24 marzo 2014

Marc Riboud, guardo, fotografo e mi diverto

Si racconta.
Io guardo, fotografo e mi diverto. Questo piacere dell'occhio è per me il maggiore di tutti. Vedere non è facile; esige un allenamento e addirittura un certo coraggio che non sempre si possiede. Ma ci sono dei momenti di grazia in cui l'occhio, al meglio della sua forma, ha il vero potere di 'vedere'.

Io fotografo come il musicista canticchia.
Contemplare un paesaggio è come ascoltare musica o leggere poesia: cose che aiutano a vivere. Le strade del mondo e la campagna della regione francese della Touraine che io amo sono i miei luoghi preferiti. E qui, un buon centesimo di secondo mi trasmette una grande gioia.

Non smetto mai di cercare cose capaci di sorprendermi, la nota giusta o emozionante. Mi piacerebbe tornare in India per vedere i pavoni di Jaipur, ma mi piace ugualmente fotografare l'erba che cresce nel mio giardino in Touraine.
Sorprese visive, felicità fugaci dell'istante.
La bellezza, l'elemento comico o ignoto sono dappertutto, bisogna saperli cogliere prima che scappino via, prede di una sentinella più vigile di noi. La magia di un sorriso, come il colpo di vento che increspa un velo, non dura che il tempo di un sospiro e non tornerà mai più. 'L'occhio ed il cuore desiderano la nebbia', diceva Claude Roy, e quando questa avvolge un paesaggio tutto diventa elegante e sottile come un bel vestito.

Amo l'indipendenza e l'aria aperta e, più ancora dei viaggi, amo la libertà. Chi non ha mai provato quel momento di grazia, di euforia, quando la voglia di guardare, scoprire, inquadrare, esercita una passione talmente forte da farci barcollare, come fuori da noi stessi?

Link:   Il Sito   -   Magnum Photos   -   Google Immagini

venerdì 21 marzo 2014

Enrico Giovannini

Una buona notizia, abbiamo ricominciato a crescere.
Però bisogna rilanciare i consumi e attrarre nuovi
investimenti di imprese multinazionali in Italia per
rilanciare l'occupazione.

Enrico Giovannini, presidente Istat, 2011

venerdì 14 marzo 2014

Cornell Capa, foto come 'parole' che formano 'frasi'

Si racconta.
Il fotogiornalismo di documentazione è sempre stata la mia principale preoccupazione. Nella sua radice greca, la parola fotografia significa scrittura con la luce e io mi sono sforzato di scrivere con la luce, di informare, di illuminare, di essere corretto, ma sempre con passione e profonda comprensione. Ho sempre pensato a me stesso non come a un reporter ma come a un commentatore, un narratore visivo la cui integrità personale è vitale. Ho sempre cercato di essere un testimone credibile, uno che s'interessa a ciò che gli accade intorno, e il mio obbiettivo è di condividere questa mia visione con il mondo.

Il mio lavoro più incisivo si rivela nei gruppi di fotografie che, tutte insieme, raccontano una storia. Le mie foto sono le 'parole' che formano 'frasi' che a loro volta formano delle storie (...). Io spero che le mie foto possano avere sentimento, una buona composizione e a volte anche bellezza - ma la mia preoccupazione principale è la storia e non la possibilità di raggiungere un qualche livello artistico in una singola foto.

L'idea che le fotografie possono non essere un'interpretazione personale è una follia (...). Io vedo qualcosa; mi passa attraverso gli occhi, il cervello, il cuore, le viscere. Sono io che scelgo il soggetto. C'è qualcosa di più personale di questo?

Le immagini realizzate con passione e verità sono potenti come possono esserlo le parole. Se da sole non riescono ad apportare cambiamenti, possono almeno diventare le azioni dell'uomo, dando forma alla consapevolezza umana e risvegliando le coscienze.

Sono fortunato a essere nato nel mio tempo, aver avuto i miei genitori e un fratello come Robert Capa (...). E sono grato a tutte quelle fantastiche persone che ho incontrato lungo la mia strada e che mi hanno dato grandi opportunità, belle sensazioni e ricordi.

Link: Magnum Photos - Google Immagini

mercoledì 12 marzo 2014

Gli occhi tristi dei bambini afgani nelle foto di Muhammed Muheisen

Questa selezione di foto è opera di Muhammed Muheisen, fotografo dell’agenzia Associated Press che vive a Islamabad da dove ci “racconta” gli occhi di bambini afgani rifugiati in Pakistan. Nato a Gerusalemme nel 1981, si è laureato in giornalismo nel 2002. Il suo lavoro ha ricevuto riconoscimenti importanti, tra i quali nel 2005 il premio Pulitzer nella sezione Breaking news e il 10 dicembre scorso la rivista Time lo ha premiato come Best Wire Photographer del 2013, cioè il miglior fotografo delle agenzie di stampa dell’anno.

Nella foro: Laiba Hazrat, 6 anni

lunedì 10 marzo 2014

Benedetto XVI

E' necessario convertire il modello di sviluppo globale:
lo richiedono non solo lo scandalo della fame ma anche
le emergenze ambientali ed energetiche.

Benedetto XVI, 2006

lunedì 3 marzo 2014

Erich Lessing, artigiano della fotografia

Si racconta.
Per me la fotografia è qualcosa di commerciale, è artigianato e non sempre una forma d'arte. Una forma di artigianato, se volete di alto livello, come potrebbe intenderlo il falegname Chippendale, che affermava sempre di essere un artigiano impegnato in un lavoro per il quale veniva pagato e non si considerava mai un artista. Sono convinto che il concetto di artista sia un'idea romantico-tedesca del diciannovesimo secolo. Capite, l'artista con il basco in testa che aspetta di essere baciato dalla Musa dell'ispirazione. Veramente, io non mi sento artista, ma un artigiano che realizza un lavoro su commissione, anche se mi è capitato di cominciare molti di questi lavori per mia personale iniziativa e poi di averli "venduti". E poi, ho sempre utilizzato la fotografia come un veicolo per realizzare le cose che mi interessano di più nella vita.

Considero l'umanità in modo molto serio, in tutte le sue aspirazioni e desideri e in qualsiasi altra necessità emerga come la religione, la spiritualità e gli aspetti politici. Questo è stato, e ancora è, il punto di partenza per le riproduzioni di dipinti, sculture, ex voto, così come lo era stato per le foto che ho realizzato nella prima parte dei miei 50 anni di fotografia.

Io non ho mai neanche pensato di fare qualcosa che non fosse raccontare storie. Ed è stata proprio la macchina fotografia il mezzo che ho utilizzato per questo. Ma non cammino per la strada con la macchina al collo. Impugno la mia macchina solo per uno scopo preciso. Io osservo il mondo attraverso i miei occhi, non attraverso il mirino. Non interpreto nulla; non altero niente in camera oscura. Io somo un fotografo della realtà.

Vorrei mostrare la storia e raccontare storie. Sono un osservatore, mai un attore. E se è vero che molti fotografi sono dei voyeur, allora io sono, al massimo, un narratore che non necessariamente prende tutto sul serio, ma che non smette mai di guardare e di comunicare quel che vede - sotto forma di immagini.