sabato 30 giugno 2012

Simone Weil

il sabato poesia
Necessità


La ruota dei giorni dal cielo deserto si volge
in silenzio agli sguardi mortali,
gola aperta quaggiù, dove ogni ora inghiotte
gridi così supplicanti e crudeli;
tutti gli astri lenti nei passi della loro danza,
unica danza immobile, lampo muto dall’alto,
informi malgrado noi, senza nome o cadenza,
troppo perfetti, senza mancanza alcuna;
la nostra collera è vana a quei sospesi.
Si calma la nostra sete se ci spezzate i cuori.
In desideri e grida la loro ruota ci trascina;
i nostri signori splendenti furono sempre vincitori.
Strappate le carni, catene di luce pura.
Inchiodati senza un grido alla fissità del Nord,
l’anima nuda esposta ad ogni piaga,
noi vogliamo obbedirvi fino alla morte.

venerdì 29 giugno 2012

Abbas: La mia fotografia è una riflessione

Abbas si racconta.

La mia fotografia è una riflessione che prende vita nell'azione e conduce alla meditazione.

La spontaneità – il momento sospeso - interviene durante l'azione, nel mirino. Le precede una riflessione sul soggetto. La segue una meditazione sulle finalità, ed è qui, durante questo esaltante e fragile momento, che si sviluppa la vera scrittura fotografica, mentre si mettono le immagini in sequenza. Per questo è necessario lo spirito di uno scrittore. Forse che la fotografia non è “scrivere con la luce”? Con la che, mentre lo scrittore è padrone della sua, il fotografo è posseduto dalla sua fotografia, dal limite imposto dal reale, che deve trascendere se non vuole diventarne prigioniero.

Quanto alla fotografia, per me è naturale vedere in bianco e nero. Il mondo può essere colore ma il bianco e nero lo trascende. Quando lavoro spengo l’interruttore, e mi trovo in uno stato di grazia.

Comincio a vedere in bianco e nero. Qualsiasi tono di colore io lo traduco in toni di grigio, nero e bianco. Ti consente di lavorare in un modo diverso.

Quando non devi lavorare con i colori della realtà, lavori davvero con altre cose.

Ero solito descrivermi come un fotogiornalista e ne ero molto orgoglioso. Si trattava di scegliere se pensare a se stessi come fotogiornalista o come artista.

Non era per umiltà che mi chiamavo fotogiornalista, ma per arroganza. Pensavo che il fotogiornalismo fosse superiore. Oggi non mi definisco più fotogiornalista, perché, usi le tecniche di un fotogiornalista e le mie foto vengano pubblicate su giornali e riviste, mi dedico alle cose in profondità e per lunghi periodi di tempo. I miei progetti possono durare cinque anni, o sette come nel caso del progetto sull’Islam. I miei libri sono al ia espressione. Assomiglia più al lavoro di uno scrittore che a quello di un fotogiornalista.

La vita

Nato fotografo, Abbas è un iraniano trapiantato a Parigi.
Dal 1970 al 1978, pubblica sulle riviste internazionali le immagini dei conflitti politici e sociali dei paesi del Sud del mondo, tra cui il Biafra, il Bangladesh, il Vietnam, il Medio Oriente, il Cile, il Sudafrica con un notevole articolo sull'apartheid.
Dal 1978 al 1980, fotografa la rivoluzione iraniana, un lavoro che lo vede «non solo impegnato come nei miei altri reportages, ma implicato:era il mio paese, il mio popolo, la mia rivoluzione». Il suo libro Iran, la Révolution Confisquée (Parigi, Clétrat 1979) lo costringe ad un esilio volontario durato 17 anni.
Dal 1983 al 1986 attraversa il Messico e lo fotografa in un lungo reportage realizzato nello stesso modo in cui si scrive un romanzo. Una mostra e un libro Return to Mexico, journeys beyond the mask (New York, W.W.Norton 1992), con alcuni brani del suo diario di viaggio, sono il frutto delle sue ricerche estetiche.
Dal 1987 al 1994, dallo Xinkiang al Maghreb, fotografa il mondo islamico in un momento di sua grande espansione. Spinto dal desiderio di comprendere le tensioni interne che tormentano le società musulmane, il suo libro Viaggio negli Islam del mondo (Contrasto 2002) illustra le contraddizioni di un'ideologia che s'ispira ad un passato mitico e che aspira alla modernità e alla democrazia.
Dal 1995 al 2000 percorre le terre del cristianesimo, proprio quando l'anno 2000 impone al calendario universale questa religione come simbolo del potere dell'Occidente. Il suo libro Voyage en Chrétientés (Parigi, La Martinière 2000) fotografa questa religione non solo come rituale ma anche come fenomeno politico e spirituale.
Abbas è attualmente impegnato in un lavoro sul paganesimo delle società tradizionali, come quello che rinasce in una serie di nuove sette, definite dallo stesso Abbas neo-pagane.
Tra le sue mostre personali: Musée d'Art Moderne, Teheran 1980; the Photographer's Gallery, Londra 1982; Centre Culturel de Mexique, Parigi 1990; Escuela de Bellas Artes, Almeria 1991; Centro de la Imagen, Messico 1994; Place Royale, Bruxelles 1999; Institut du Monde Arabe, Parigi 2001.
Dopo il 1981, Abbas è membro dell'Agenzia Magnum di cui assume la presidenza dal 1998 al 2001.

lunedì 25 giugno 2012

Guido Rampoldi

Di solito la storia non permette per più di una generazione
che una nazione sia allo stesso tempo ricca e stupida.
Il nostro tempo sta scadendo.

Guido Rampoldi, giornalista

sabato 23 giugno 2012

Rocco Scotellaro

il sabato poesia

Noi che facciamo?


Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all'addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell'occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l'addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c'è l'abisso, lì c'è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.


martedì 19 giugno 2012

Diego Rivera


Ogni buona composizione è soprattutto un lavoro di astrazione. Tutti i bravi pittori lo sanno. Ma il pittore non può fare del tutto a meno dei soggetti senza che il suo lavoro soffra di impoverimento.

domenica 17 giugno 2012

Tomasz Tomaszewski: visione nomade



Tomasz Tomaszewski, fotografo freelance, è nato a Varsavia, in Polonia, nel 1953. Ha iniziato la sua carriera come fotografo in alcune riviste polacche, lavorando anche con il settimanale di Solidarnosc e la stampa clandestina. Da allora le sue immagini sono apparse su numerose testate internazionali. Oggi Tomaszewski è un assiduo collaboratore di National Geographic e per la stessa è stato incaricato di documentare i modi di vita e le usanze degli Zingari. Tomasz ha visitato dieci stati partendo dall’India, attraversando l’Europa, fino agli Stati Uniti. Un viaggio che nasce con l’intenzione di raccontare, mediante linguaggio visivo, la storia di un popolo senza patria, dalle sue usanze, alle tradizioni ed abitudini dei Nomadi per lo più ancora sconosciute al mondo. Un lavoro ampio di documentazione storica e sociale di una realtà critica, dislocata in comunità piccole e chiuse, da sempre relegate ai margini delle società in via di sviluppo.
Insegna fotografia in Polonia, negli USA, in Germania e in Italia. Vive con la sua famiglia a Varsavia.

sabato 16 giugno 2012

Vicente Aleixandre

il sabato poesia

Poesia d'amore


Ti amo sogno del vento
obliato il polo confluisce con le mia dita
nelle dolci mattine del mondo a testa in giù
quando è agevole sorridere perché la pioggia è benigna
Nell'alveo di un fiume viaggiare è cosa deliziosa
o pesci amici ditemi il segreto degli occhi aperti
dei miei sguardi che sboccano nel mare
a reggere le chiglie delle navi lontane
Io vi amo - viaggiatori del mondo - voi che sull'acqua dormite
uomini che in America vanno in cerca dei loro vestiti
quei che lascian sul lido la loro patita nudità
e sulle tolde della neve attraggono il raggio della luna
Camminare in attesa è bello e dilettevole
l'argento e l'oro non hanno mutato di fondo
rimbalzano sui flutti sul dorso squamoso
e generano musica o sogno alle chiome più bionde
Nel fondo di un fiume la mia brama va via
dai paesi innumerevoli che ho tenuto sui polpastrelli
quell'ombre che vestito di nero
ho lasciato ormai lungi disegnate in spalla
La speranza è la terra è la guancia
è un'immensa palpebra dov'io so che esisto
Rammenti? Per il mondo son nato una notte
in cui addizione e sottrazione era la chiave dei sogni
Pesci alberi pietre cuori medaglie
sulle vostre onde concentriche - si - immote
io mi muovo e se giro mi cerco oh centro oh centro
strada - viaggiatori del mondo - del futuro esistente
più in là dei mari nei miei polsi che battono.


venerdì 15 giugno 2012

Harry Gruyaert: la forza del colore

Harry Gruyaert si racconta.

Il mio lavoro racconta molto di me e dei soggetti che fotografo. Io non creo saggi giornalistici; certo non nego il valore del giornalismo, ma non mi interessa particolarmente. Quel che è importante per me, alla fine, è la forza di ogni singola immagine. Ognuna poi può essere vista insieme alle altre, realizzate sullo stesso tema, e insieme tutte possono creare un accumulo d'intensità - come si tratasse di un elogio del soggetto ritratto o di una profonda esperienza su questo stesso soggetto. Non ho mai voluto fare altro che fotografia... 

Mentre le immagini del Marocco erano sempre esteticamente belle - lì il lavoro ruota proprio intorno alla bellezza -, in Belgio era la banalità del luogo, in termni di soggetto, materia e colore, ad essere stimolante. C'è una qualità surreale di quel Paese che mi affascina, una sorta di incantesimo che è molto visivo, ma che è difficile cogliere quando sei lì da un pò. Molte delle migliori fotografie che ho fatto in Belgio, le ho scattate appena sceso dal treno che veniva da Parigi. 

Il pittore Pierre Alechinsky ha detto che l'arte dovrebbe essere una terapia - qualcosa che fai perchè ne hai veramente bisogno. Non pretendo di fare arte - anche se spero che qualcuna delle mie immagini possa raggiungere un tale livello. E' molto pretenzioso affermare "sono un artista", così dico solo "sono un fotografo". Ma penso alla fotografia come a una terapia, qualcosa che ho bisogno di fare. Se non scatto fotografie per un mese, mi manca molto. E' una relazione col mondo di cui sento necessità, una distanza: come essere più presente e in qualche modo meno presente al tempo stesso. Posso realizzare foto professionalmente, scattando in impianti industriali o in qualsiasi altra situazione lavorativa. Mi piace farlo; amo trovare soluzioni visive secondo le diverse esigenze. Ma la fotografia che sento più vicina a me è quella che nasce da questo personale, insopprimibile bisogno. 

 la vita 

1941 - nasce ad Anversa, in Belgio, si avvicina presto al mondo dell'immagine grazie al padre, insegnante di tecnica fotografica.
1960 - 1963 - studia all'E'cole du Cinemà et de la Tèlèvision di Bruxelles. 
1965 - scopre il Marocco, dove tornerà molto spesso nei successivi vent'anni. 
1966 - decide di diventare fotografo a tempo pieno. 
1972 - realizza il suo primo lavoro di ampio respiro, TV Shots: fotografie di uno schermo televisivo. 
1973 - si trasferisce a Parigi. 
1976 - riceve l'importante premio Kodak della critica fotografica. 
1977 - 1980 - realizza reportage da tutto il mondo: Egitto, India, Vietnam, Yemen, Cina,Italia ecc. 
1981 - entra a far parte di magnum Photos, e fino al 2003 realizza lavori per: National Geographic, Renault, Audi, Ford, Elf, Iveco, Lavazza ecc. 

In ogni lavoro la ricerca è sempre costante e precisa, nel tentativo di catturare al meglio la sottigliezza della luce e la forza del colore. 

sabato 9 giugno 2012

Elio Pagliarani

il sabato poesia

Sono momenti belli: c'è silenzio


Sono momenti belli: c'è silenzio
e il ritmo d'un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno

è questa che decide
e son dei loro
non c'è altro da dire.

E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all'infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d'acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c'è
scampo da noi nella vita.



giovedì 7 giugno 2012

Marino Ruzzenenti

Perché, ancora oggi, manca una condizione, forse determinante,
perché si possa passare dai messaggi lungimiranti di profeti isolati
e dal bricolage virtuoso di piccoli gruppi avveduti, a pratica diffusa
che veda, in alto, impegnate tutte le istituzioni e, in basso,
l'intera popolazione: manca, oggi, lo stato di necessità.
Infatti, rimane ancora in troppi l'illusione che la giostra
possa continuare a girare, mentre negli anni Trenta
tutti furono costretti a fare i conti con la scarsità
e la limitatezza delle risorse, a partire dal loro quotidiano.

Marino Ruzzenenti, storico dell'industria, 2011

mercoledì 6 giugno 2012

Il nostro pianeta ripreso dall’International Space Station



Le immagini riprese dall’International Space Station e montate in questo filmato in stop motion dal videomaker tedesco Michael König ci fanno gustare l’incredibile bellezza del nostro pianeta da un punto di vista di cui pochi umani possono godere.
Le foto sono state scattate con una Nikon D3S equipaggianta con gli obiettivi 17-35mm F2.8 e 14-24mm F2.8. I “fotografi spaziali” erano Ron Garan, Satoshi Furukawa e le squadre delle spedizioni 28 e 29 a bordo dell’International Space Station, da Agosto fino a Ottobre 2011, in orbita ad un’altitudine di circa 350 km dalla superficie terrestre.
Notevole poi il lavoro di editing di Michael König che ha rielaborato ogni singola immagine in modo da poterla mostrare al suo meglio in alta definizione. Grazie al suo impegno le Aurore Boreali ed Astrali sono ricche di dettagli così come i temporali o le luci delle grandi città che si riflettono sulle nuvole.

martedì 5 giugno 2012

Edgar Degas


La pittura è innanzitutto un prodotto dell'immaginazione, non deve mai essere una copia. L'aria che si vede nei quadri non è respirabile.

domenica 3 giugno 2012

Tyrone Turner: la macchina fotografica sempre


Tyrone Turner è un fotogiornalista e vive ad Arlington, in Virginia. Sempre con la macchina fotografica in mano, si sposta dal Brasile a Baghdad e nelle paludi della Louisiana. Di recente ha ottenuto i fondi per documentare il problema dei minori processati come adulti negli Stati Uniti. Per National Geographic si è occupato di Stati Uniti e di uragani.

sabato 2 giugno 2012

Arturo Onofri

il sabato poesia

Per vivere, soltanto


O Terra, o Madre, fa ch'io più non riesca a pensare
ma ch'io viva soltanto; viva come, d'agosto,
i nidi delle rondini partite verso il mare:
i nidi dove al vento tremano ancora, nascoste,

tenere piume dei nati che per la prima volta
le madri spinsero al volo, alcuni giorni innanzi
la migrazione sul mare. O Madre, ascolta, ascolta:
fa che nell'anima mia tremino, soli, avanzi

di piume che s'impigliarono spiccando il primo volo.
Ma se non vuoi mutarmi in nido, fa che almeno
io sia come quel pazzo che a mezzogiorno, solo,
in mezzo alla strada ardente, dirige con una canna,

dimenando le braccia, l'orchestra delle cicale.
Ch'io dimentichi tutte ma tutte le parole,
ch'io senta i polmoni gonfiarsi del tuo fresco respiro
e ch'io non lo sappia lodare che in un lungo sospiro.

Fa ch'io mi creda un sèrpere di fiume, calmo, argenteo
le notti di luna piena; e il mio fluire lento
non abbia che silenzio, nella murmurea voce.
Fa ch'io sia soddisfatto come al mare una foce.

Ma se mi meditasti, o Terra, con grande fatica,
perch'io ricordi agli umili le fonti della vita
soave che tu ci desti: Madre possente e pudica,
fa di me quel che vuoi, poi ch'è tua la mia vita.


Arturo Onofri (da Canti delle oasi, 1909)