giovedì 31 marzo 2011

Giuseppe Giusti

agenda letteraria il 31 marzo 1850, muore a Firenze Giuseppe Giusti


Gino mio, l'ingegno umano
Partorì cose stupende,
Quando l'uomo
ebbe tra mano
Meno libri e più faccende.

(Epigramma a Gino Capponi)

Io mi sono dato a pungere
i vizi, gli errori e le
storture del tempo.

(Cronaca dei fatti di Toscana)

martedì 29 marzo 2011

Lucinda Williams – Blessed (2011)

Lucinda è tra le mie preferite, non a caso infatti il suo West del 2007 fu per me il miglior album di quell’anno. Un grande disco, innovativo, suggestivo e profondo.
Dopo la pubblicazione nel 2008 di “Little Honey”, un album non certo brillante, abbiamo la fortuna di avere tra le mani questo ottimo lavoro che porta il titolo di “Blessed”, il suo decimo disco in studio. Blessed è un disco maturo, dodici canzoni equilibrate, dove la saggezza, la sensibilità e la bravura della cinquantottenne cantante statunitense traspare in maniera evidente.
Se ancora una volta, come in “West”, i testi delle sue ballate sembrano esprimere una certa malinconia e a volte anche tristezza, in realtà, celano un cauto ottimismo, una riflessione positiva sulla vita. Anche nel suono, questa poetessa rock evidenzia una maggior ispirazione e grazie all’uso di chitarre elettriche il sound è meno rarefatto e più aggressivo. Terzo elemento fondamentale è la voce, intensa e particolare, con la quale la songwriter americana ci regala emozioni forti. 
Ottimo album, in conclusione, dove ancora una volta la Williams dimostra di aver raggiunto una maturità ed un equilibrio in grado di poter creare delle belle canzoni, canzoni che sono dei gioielli da incastonare nella nostra memoria musicale. 4/5 ©

lunedì 28 marzo 2011

E’ morto il blog, viva il blog!

[...] metto sul piatto alcune riflessioni schematiche e “volanti” basate anch’esse sulla mia esperienza diretta, e quindi condizionate da tutti i limiti del caso:


1) Il blog è uno strumento eccezionale per la pubblicazione, la stratificazione, la diffusione e la conservazione di contenuti complessi, intorno ai quali è anche possibile (sebbene magari oggi possa apparire meno seducente) instaurare una proficua discussione. E’ il luogo perfetto per conservare la conoscenza, così come i social network site si prestano meravigliosamente a rilanciarla e diffonderla. Allo stato attuale, più che di riconoscere passivamente come inevitabile un avvicendamento tra le due realtà, mi sembra ci sia più che mai bisogno di impegnarsi un cincinino per una maggiore integrazione, di favorire e anzi difendere questa complementarietà per il bene di tutti.

2) Forse il blog ha perso il suo appeal da strumento irrinunciabile per chiunque approdi in rete, e probabilmente è vero che il “99% per cento del cazzeggio” si è spostato su Facebook, Twitter” e compagnia cantante. Se così è, (e tutto sommato credo che lo sia), dal mio punto di vista è solo un bene. La validità dello strumento in sé resta indiscussa, mentre finalmente appare chiaro a molti che gestirne uno seriamente non è un passeggiata di salute, richiede impegno e dedizione, e sopra ogni cosa, richiede uno scopo. Quale che sia, da perseguire con idee chiare e decisione, indipendentemente dal fatto che chi apre il blog sia un singolo cittadino, un libero professionista, un’istituzione o un’azienda. Se insomma l’assottigliamento della blogosfera in favore della “statusfera” è frutto di una darwiniana selezione della specie, ben venga davvero.

3) Forse la morte di cui stiamo parlando – e questa sì, reale e inevitabile – è quella della creatività di un’intera “generazione” di blogger che in questi dieci anni ha imperversato nella rete italiana, cui va riconosciuto il merito di aver diffuso la cultura digitale e la colpa di essersi guardata troppo l’ombelico. Ma che inevitabilmente oggi ha esaurito la vena o le ragioni per usare uno strumento che, come tale, ha ancora molto da dire nelle mani di nuovi autori, pronti a farne uso con scopi e ragioni uguali o diverse da chi li ha preceduti.

Forse quello che oggi sta davvero morendo è il “blogger” che era in molti di noi incalzato dal cambiamento, dalla crescita e dell’evoluzione personale che lo stesso “fare blogging” ha determinato almeno in parte.

Insomma, è morto il blog, viva il blog!

domenica 27 marzo 2011

Sweet Jane - Cowboy Junkies - deepsong #23



In piedi in un angolo, valigia in mano
Jack nel suo cappotto, e Jane
Con una camiciola, e io
Io sono in una rock'n'roll band
Quando giravamo su una Stutz-Bearcat, Jim, sai, erano altri tempi
Tutti i poeti hanno studiato
Le regole dei versi
E le donne, loro giravano gli occhi
Ti dirò una cosa
Jack fa il banchiere
E Jane è un’impiegata
Entrambi risparmiano i loro soldi
E quando tornano a casa
Dal lavoro
Seduti vicino al fuoco
La radio suona
Musica classica qui, Jim
“La Marcia dei soldatini di legno”
Tutti voi ragazzi protestate
Puoi sentire Jack dire
Fate presto
Dolce Jane! dai bambina! dolce Jane!
Ad alcune persone piace andare a ballare
E altre persone devono lavorare
Però guarda me adesso!
Ci sono ancora alcune cattive madri, loro ti diranno che
Tutto è spazzatura. Sai
Che le donne non svengono mai veramente, e che i criminali
battono le palpebre
E che, sai, i bambini sono
Gli unici che arrossiscono,
Che la vita è solo morire,
e, tutti quelli che hanno mai avuto un cuore
non cambieranno e non
lo spezzeranno,
e tutti quelli che hanno sempre
recitato una parte,
non cambieranno e non la odieranno
Dolce Jane! Whoa-oh-oh! dolce Jane

sabato 26 marzo 2011

Marco Ceriani

il sabato poesia

Chi crede che la morte non ha odore
costui sappia che costei puzza d’angoscia
più dell’ignara Giocasta s’ha mai cuore
di stridere nel coito sotto coscia …all’invertito Edipo!
E che la morte inveschi più della puzza
che più dell’ascellare sebo di quel greco
dirime forse in Eschilo il gran tema
che dà inizio ai Sette a Tebe?
…Forse chi crede che la morte va alla morìa
come dall’ascella di colui che forbici pianta
nella gola dei galli giocolieri che dal chicchirichì
alla stia rivivono l’annuncio con un difetto di parola
…Forse chi la morte crede cammini tutta sola
come colui che le forbici pianta nei bargigli
dei galli torcolieri che con un difetto di parola
annunziano al villaggio che i figli dei suoi figli…

venerdì 25 marzo 2011

Vasilij Kandinskij


Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.

mercoledì 23 marzo 2011

Robin Hammond, una vita in conflitto

Per gli amanti della fotografia e in particolar modo del “Photoreportage”, il neozelandese Robin Hammond non ha certo bisogno di presentazioni. Ai profani basti ricordare che Hammond è stato insignito molteplici volte in vari premi, tra cui due primi posti e due secondi posti al “Photography Awards”, tre premi alla “International Photography Awards”, un premio AICA per il Protocollo di Kyoto, un premio Amnesty International Media con un saggio fotografico sui Rom in Italia, poi è stato selezionato tantissime volte in varie prestigiose riviste, mensili, settimanali di tutto il pianeta. Le sue immagini appaiono spesso nel più grandi quotidiani internazionali.
Questo solo per indicare la sua fama.
Robin Hammond fotoreporter freelance, vive a Città del Capo e fondamentalmente è diventato famoso per il suo lavoro sui diritti umani e le questioni ambientali. Recandosi spesso nei luoghi di conflitto, le sue immagini sono per lo più la testimonianza di guerre, crisi, carestie e malattie, con un occhio sempre puntato sulle tematiche come il cambiamento climatico e l’assenza di democrazia.
Sedetevi, andate sul suo Portofolio, e, non cliccando niente, vi farà "viaggiare" in territori di sfortuna e sofferenza ma dove la vita non si arrende. © 

martedì 22 marzo 2011

Frammenti #38

Comune a tutti è il pensare.
Stobeo, Florilegio

Così dovrebbe essere, ma il realtà non lo è. Molte volte ascoltando un politico, un religioso o un astrologo, mi sono chiesto se sono mai stati attraversati dall'ombra del dubbio. Cosa vuol dire, infatti, "pensare"? Vuol dire sottoporre un'idea alla verifica del pensiero, salvo poi accettarla se ha superato tutte le possibili obiezioni. E anche in quest'ultimo caso, l'accettazione è da considerarsi temporanea, valida cioè fino a quando una nuova idea non la rimette in discussione. Il dubbio, insomma, è una ginnastica della mente. Forse. L.D.C.

lunedì 21 marzo 2011

Alda Merini

agenda letteraria il 21 marzo del 1931, nasce a Milano, Alda Merini


Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.

(La terra Santa)

domenica 20 marzo 2011

Cowboy Junkies - Demons (2011)

Nella seconda metà degli anni ottanta i fratelli Timmins si fecero conoscere grazie ad una manciata di buoni dischi, tra cui gli ottimi The Caution Horses, Black Eyed Man e il superlativo The Trinity Session dell’88. Negli anni successivi, per una serie di coincidenze, non ultima la mancanza di “creatività” sonora, non li ho più seguiti se non “per sentito dire”. Ora, come è successo per i R.E.M., ho ascoltato questo loro ultimo lavoro e la sorpresa è stata più che buona.
Il disco in origine doveva essere una collaborazione con l’amico Vic Chesnutt ma, la sua morte avvenuta prematuramente il giorno di Natale del 2009, ne ha cambiato le sorti, facendolo diventare un tributo allo stesso artista canadese.
La band non estranea alla rielaborazione di brani altrui, vedi “Dead Flowers” dei Rolling Stones o “Sweet Jane” di Lou Reed (la più bella versione in assoluto a detta dello stesso autore) ha trovato tanto e ottimo materiale da arrangiare nell’archivio musicale di Chesnutt.
Il rischio, sempre reale, della “rivisitazione” è di adulterare le canzoni con elementi poco personali e di rieditarle quindi con delle semplici farciture. I Cowboy Junkies invece, anche se non sempre con ottimi risultati, sanno evitare con maestria questo rischio.
E’ un ottimo album Demons, ben fatto. Il merito va soprattutto al giusto “dosaggio” di tre elementi essenziali: il buon materiale di base, cioè i brani di Vic Chesnutt, la bella voce di Margo che li addolcisce e l’esperienza strumentale di ottimi musicisti.
Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni del disco, tutte sono oltre la media. Flirted With You All My Life, Betty Lonely, Ladle, West Of Rome e Supernatural sono una più bella dell’altra, Wrong Piano e Strange Launguage sono tra le loro migliori di sempre, e le restanti See You Around, Square Room, We Hovered With Short Wings e When The Bottom Fell Out, fanno la loro bella figura.
La sensibilità musicale dei Cowboy Junkies ha reso giustizia alla musica di Chesnutt e reso felici tutti i suoi fan.
Un disco da ascoltare tutto, un’intensa raccolta, un’ottima uscita in questi tempi difficili, che conferma la bravura del gruppo canadese.
Con questo Demons, i Cowboy Junkies hanno prenotato un posto tra la top ten del 2011. 4/5 ©

sabato 19 marzo 2011

Luis Aragon

il sabato poesia   Nulla


Nulla è precario come vivere.
Nulla è effimero come esistere.
E’ un po’ come lo squagliarsi della brina.
Come per il vento essere leggero.
Io arrivo dove sono straniero.
Un giorno tu passi la frontiera.
Ma da dove vieni, o dove vai dunque.
Domani che importa e che importa ieri.
Il cuore cambia con il cardo.
Tutto è senza rima né perdono.
Passa il dito sulla tua tempia.
Tocca l’infanzia dei tuoi occhi.
E’ meglio lasciare basse le lampade.
La notte ci piace assai più.
E’ il lungo giorno che diventa vecchio.
Gli alberi sono belli in autunno.
Ma il bambino che cosa è diventato.
Io mi riguardo e mi stupisco.
Di questo viaggiatore sconosciuto.
Del suo viso e dei suoi piedi nudi.
Poco a poco tu ti fai silenzio.
Ma non così in fretta tuttavia.
Per non sentire la tua dissonanza.
E per non sentire cadere sul te stesso di una volta il colpo del tempo.
E’ duro invecchiare al termine del conto.
La sabbia ci scappa tra le dita.
E’ come un’acqua fredda che sale.
E’ come una vergogna che cresce.
Una pelle che grida? Mi sbatti?
E’ duro essere un uomo una cosa.
E’ duro rinunciare a tutto.
Le senti le metamorfosi.
Che accadono dentro di noi.
Come piegano lentamente le nostre ginocchia.
O mare amaro o mare profondo.
Qual è l’ora delle tue maree.
Quanti anni occorrono all’uomo
quanti secondi per abiurare l’uomo
perché perché queste sgomitate.
Nulla è precario come vivere.
Niente è effimero come essere.
E’ un po’ come lo squagliarsi della brina.
E per il vento esser leggero Giungo dove sono straniero.

venerdì 18 marzo 2011

150 anni e forse ci arriva il colpo di grazia!

Grazie a shockdom

giovedì 17 marzo 2011

Carlo Cassola

agenda letteraria il 17 marzo del 1917, nasce a Roma, Carlo Cassola


E' cattiva la gente che non ha provato il dolore. [...]
Perché quando si prova il dolore,
non si può voler male a nessuno.

(La ragazza di Bube)

150 anni dell'unità d'Italia


[...] Io mi sento italiano di un'Italia tutta intera, anche se oggi mi fa paura sul piano politico e sociale [...] 
[...] Comunque sono orgoglioso di essere italiano, perché non frequento Montecitorio bensì i bar e vedo un'Italia sorretta da persone per bene.  

(Davide Van De Sfroos)


via | tecnova

martedì 15 marzo 2011

Ermes Visconti

agenda letteraria il 15 marzo del 1784, nasce a Milano, Ermes Visconti


E' maniera romantica l'emanciparsi,
ogniqualvolta l'azione il richieda,
dalle unità drammatiche di tempo
e di luogo, e sprezzare insomma
qualunque prescrizione arbitraria
dei retori sulle forme
dei componimenti...


(Idee elementari sulla poesia romantica)

domenica 13 marzo 2011

Pablo Picasso


"La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto".

sabato 12 marzo 2011

Sergej A. Esenin

il sabato poesia Non ho rimpianti


Non ho rimpianti, non chiedo aiuto, non piango
Tutto passerà come la bruma dai meli bianchi
Appassito in una decadenza dorata
Io non sarò più giovane.
Anche il mio cuore toccato dal gelo
non batte più come una volta
ed il paese della tela di betulla
non mi spingerà più a vagabondare a piedi nudi.
Spirito randagio! Sempre meno
attizzi il fuoco delle mie labbra,
freschezza della giovinezza
ardore degli occhi, fiume di sentimenti dove siete!
Ora sono diventato avaro nel desiderio
forse ti ho sognato vita mia?
Davvero all'alba della mia primavera tuonante
ho cavalcato un destriero rosa?
Noi tutti a questo mondo siamo votati alla fine
Il colore ramato delle foglie d'acero goccia silenziosamente
Siamo dunque felici, siamo stati benedetti
d'essere nati per fiorire e poi morire.

Fausta Cialente

agenda letteraria il 12 marzo del 1944, muore a Pangbourne (Berkshire) Fausta Cialente


La resistenza era stata, certo, una bellissima pagina
che qualche speranza aveva suscitato in tutti noi [...]
ma era una pagina soltanto, e per di più era stata condotta
da una minoranza, proprio come da una minoranza
era stato fatto il nostro Risorgimento...

(Le quattro ragazze Wieselberger)

venerdì 11 marzo 2011

Give A Little Love - Noah And The Whale - deepsong #22


Dai un po' di amore

Beh, so che la mia morte non verrà
Fino a che non respirerò tutta l'aria dai miei polmoni
Fino a che non canterò il mio brano finale
Tutto è fugace
Sì, ma è tutto buono
E il mio amore è tutto il mio essere
E ho condiviso ciò che ho potuto
Me se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore
Sì, se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore

Beh, il mio cuore è più grande della Terra
E se la vita è ciò che ha dato il primo amore
La vita non è tutto ciò che importa
Perché la vita è fugace
Sì, ma io ti amo
E il mio amore ti circonda come un etere
In tutto ciò che fai
Me se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore
Sì, se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore
Sì, se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore
Sì, se dai un po' di amore, puoi ottenere un po' d'amore per te
Non spezzare il suo cuore

Beh, se sei (ciò che ami)
E fai (ciò che ami)
Io sarò sempre il sole e la luna per te
E se condividi (con il tuo cuore)
Sì, tu dai (con il tuo cuore)
Ciò che condividi con il mondo è ciò che esso tiene per te.

Grazie a ragnarokkr per la traduzione

giovedì 10 marzo 2011

David Hurn: l'ordine dal caos

Si racconta.
La gente mi interessa più di qualsiasi altra cosa, perché dalle persone puoi sempre attenderti qualcosa di inatteso, un gesto sorprendente, in grado di rivelare le loro sensazioni in un modo davvero inaspettato. Se un fotografo volesse controllare ogni cosa, finirebbe per escludersi dalla vita - sarebbe come cercare di produrre l'azione e, contemporaneamente, la sua registrazione.

La fotografia per me è un'estensione della mia curiosità (...). Sospetto che i migliori fotografi di piante siano in fondo dei botanici che hanno deciso di allargare il loro interesse in questo campo facendo anche fotografie e che i migliori fotografi di architettura sappiano tutto di case e architetture.
Per me la fotografia è una scusa per conoscere le cose di cui voglio saperne di più.

Io sono esattamente l'opposto di quelle personalità forti che piombano nelle situazioni e se ne impossessano... dicono a ciascuno quale sia il proprio posto e alle persone quel che devono fare. In effetti, io mi nascondo dietro la mia macchina fotografica. Mi aiuta a controllare il mio nervosismo e, nello stesso tempo, mi permette di essere presente in situazioni in cui non penso proprio che, senza questa difesa, sarei potuto entrare. Sai, quando inizio a fotografare ho spesso la sgradevole sensazione di osservare un mondo completamente confuso. Poi comincio a muovermi e a guardarmi intorno e prima un dettaglio, poi un altro catturano la mia attenzione. Li registro e, a poco a poco, sento affiorare una sorta di regola, un certo ordine dal caos che prende forma nelle mie fotografie. Quando questo accade, mi sento tremendamente soddisfatto.

mercoledì 9 marzo 2011

Anna Maria Ortese

agenda letteraria il 9 marzo del 1998, muore a Rapallo Anna Maria Ortese


I più bei giorni della mia vita cominciarono in questa città i primi
di novembre. Sono trascorsi da quella data vari anni,
e con essi è trascorsa la mia breve
giovinezza e la sua felicità.

(Poveri e semplici)

lunedì 7 marzo 2011

R.E.M. - Collapse Into Now (2011)

Dire che con questo quindicesimo lavoro i R.E.M. ritornano alle origini, è assai azzardato.
Eguagliare ottimi dischi e capolavori come Document dell ’87, Green dell '88, Out of Time dell ’91 e Automatic for the People dell '92, non è cosa semplice.
Personalmente, dopo il buon New Adventures in Hi-Fi dell '96, li avevo trascurati se non per qualche ascolto di Up dell '98 e Reveal del 2001.
In realtà in questi “anni duemila” il loro suono è diventato “piatto” e privo di emozioni, un continuo girare e rigirare nella stessa pentola di note. D'altronde in trent’anni di carriera non è facile rimanere in auge e sfornare nuovi lavori originali. Proprio per questo qualche maligno aveva simpaticamente consigliato di sciogliersi [sic!]
Per pura curiosità ho voluto mettere il naso, o meglio le orecchie, su queste dodici tracce e, ascolto dopo ascolto, con meraviglia il disco mi ha preso come mai avrei pensato.
Immagino Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills attorno ad un tavolo che dicono: “E adesso che facciamo?” “Che strada prendiamo?”
Hanno scelto quella più comoda ma probabilmente anche più rischiosa. Continuare a produrre un nuovo “suono” sulla base di quello vecchio già conosciuto e sperimentato nei dischi sopra citati, correndo però il rischio reale di ripetersi.
Sono stati bravi.
L’album se pur non un capolavoro si fa ascoltare senza noia che di questi tempi è già tanto. Dodici canzoni in un alternarsi di ballate, alcune struggenti, altre ruvide, altre melodiche, con il supplemento vocale di Patti Smith e Eddie Vedder in due brani che è un piacere sentire, mettendoci a nostro agio e strizzandoci l’occhio simpaticamente.
Un buon disco, in conclusione, a dimostrazione che i R.E.M. nonostante la fama e il denaro (il parallelo con i Rolling Stones è inevitabile) hanno ancora voglia di mettersi in discussione, nonostante l’età.
Un Cd di quelli che possiamo ascoltare nei viaggi automobilistici a far da corollario alle immagini che vediamo dai finestrini mentre la nostra mente naviga chissà verso quali pensieri. 3,5/5 ©

sabato 5 marzo 2011

Cristina Perilli

il sabato poesia  Il viaggio


Per tutta la vita
Ho cercato la strada giusta
Da percorrere.
Ho seguito le diverse indicazioni,
ho pagato gli ingenti pedaggi,
per scegliere una via
forse ho perso la bellezza di un’altra.
Per tutta la vita
Ho affrontato salite
E tratti impervi,
pieni di voragini,
spesso vi sono caduta dentro,
ma con tenacia ne sono uscita
ed ho proseguito a camminare.
Ben poche volte la mia strada
È stata scorrevole,
quasi mai
sono stata tenuta per mano
ma ho dovuto guidare coloro
che si sono messi a viaggiare con me.
Ora, forse a metà del mio percorso,
sento tutta la fatica che mi pervade,
mi fa rallentare,
non riesco a muovermi ma devo
tenere per mano i miei figli e continuare
finchè non riusciranno
a trovare il loro sentiero.
Quando arriverò alla fine
Mi rimarrà il profondo desiderio
Di condividere il viaggio
Con un compagno,
per gustare insieme i paesaggi,
riposarsi nelle brevi soste,
scegliere nuove direzioni.
Ma sarà troppo tardi,
perché non ci è data la possibilità
di viaggiare due volte.

Ippolito Nievo

agenda letteraria il 5 marzo del 1861, muore in mare tra Palermo e Napoli, Ippolito Nievo


Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775,
giorno dell'evangelista San Luca; e morrò per la
grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella
Provvidenza che governa misteriosamente il
mondo. Ecco la morale della mia vita.
E siccome questa morale non fui io ma i tempi
che l'hanno fatta, così mi venne in mente che
descrivere ingenuamente quest'azione dei
tempi sopra la vita d'un uomo potesse recare
qualche utilità a coloro, che da altri tempi son
destinati a sentire le conseguenze meno
imperfette di quei primi influssi attuati.

(Le confessioni di un italiano)

venerdì 4 marzo 2011

Giorgio Bassani

agenda letteraria il 4 marzo del 1916, nasce a Bologna, Giorgio Bassani


Quando nell'agosto del 1943, Geo
Josz ricomparve a Ferrara, unico
superstite dei centottantatrè
membri della Comunità israelitica
che i tedeschi avevano deportato
[...] e che i più considerevano non
senza ragione sterminati tutti da un
pezzo nelle camere a gas, nessuno,
in città, da principio lo riconobbe.

(Cinque storie ferraresi)

mercoledì 2 marzo 2011

Radiohead - The King of Limbs (2011)

Come si diceva, un nuovo disco va assaporato lentamente, se poi il disco in questione è dei Radiohead, allora la regola va moltiplicata. The King of Limbs non è un disco facile, chi conosce e ama i Radiohead è preparato a questo. Molte loro uscite hanno spiazzato e anche The King of Limbs, in parte, mantiene questa promessa. Chiamiamole ricerche, esperimenti, poco cambia, il loro percorso sonoro è sempre all'insegna dell'innovazione e dello stile progressivo.
Ora, alla domanda se il disco è bello o brutto, la mia risposta è che va al di là di questi aggettivi. The King of Limbs è un disco emozionale prima di tutto e come tale il nostro stato d'animo influisce molto sul giudizio.
Il suono a volte melodico, piacevole e godibile, a volte tortuoso, spigoloso e monotono, è un alternarsi sinusoidale di sensazioni uditive. E’ un “progetto” questo The King of Limbs, dove nulla viene lasciato al caso ma è parte integrante di un viaggio. Un viaggio urbano, un viaggio metropolitano nei nostri giorni, dove gioia e noia si mischiano, come quasi sempre accade.
In questo ultimo lavoro Thom Yorke e compagni confezionano un album “al nostro bisogno", un bisogno che noi cerchiamo nei nostri gesti, nei nostri pensieri, nelle nostre speranze, nella nostra quotidianità. Il disco si modella alla nostra vita, al tempo che stiamo vivendo.
Un album complesso quindi, ma pur sempre un disco d'arte, con suoni in sintonia col vivere questi nostri anni duemila. 4/5 ©

martedì 1 marzo 2011

Paul Klee

"Per guardare un quadro ci vuole una sedia"
 
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