Ci sono due categorie di persone. Quelle che, quando lavorano, lavorano e basta. E quelle che, quando lavorano, devono per forza dirti un po' di loro. Sono quelle che in ufficio espongono fotografie, appendono al muro i disegni dei loro figli o mettono su un cd. Almeno questa è la spiegazione riferita una volta da uno psicologo.
La musica rientra nel bagaglio del quotidiano, in quel fai-da-tè giornaliero che raramente può mancare. Identità e divenire, insieme.
Ogni giorno scegliamo cosa ascoltare, ma non possiamo decidere come sentirci dopo averlo fatto. Possiamo solo sperarlo. Così a volte la nostra musica va di pari passo con le previsioni meteo: là dove c'è il sole, suona “Sunday morning” (Velvet Underground), mentre Jeff Buckley tende unagguato alle nuvole. Piove ed è Einaudi, se cade pioggia di malinconia; i Baustelle, se è pioggia al male di vivere; “Dolcenera” di De Andrè, se è bufera vera. E poi c'è la musica da tempesta, quella buia e nera come la pece, quella che fa paura come in “Fear of the dark” (Iron Maden) o in “Fear of sleep” (Strokes).
Ma nella maggioranza dei casi il nostro meteo è del tutto soggettivo ed è la vita stessa, con le sue imprevedibili vicessitudini. La tua donna ti tradisce e te lo fai dire da Venditti, che sembra ci sia abituato. Ti tradisce il tuo amico ed è l' amico Faber a ricordarti che “se non è un giglio, è pur sempre un figlio, vittima di questo mondo”. Ma se sei tu stesso a tradirti, è più difficile; devi cercar bene, per non rischiare di aumentare il tuo dolore.
E poi c'è la musica della gioia. Quella di un amore appena nato, della serie che lo sai “che è successo già che altri già si amarono, non è una novità, ma il nostro amore è come musica che non potrà finire mai” - per dirla alla Jovanotti.
La gioia di una novità, di un successo inaspettato, di un'amicizia appagante, di un incontro incisivo..e la gioia apparentemente più vuota: quella del niente che sembra tutto, che è quasi sempre la più autentica.
La musica che porti con te è sempre quella di cui hai bisogno. Come chiedere da mangiare, se hai fame. E da bere, se hai sete. Naturalmente. Istintivamente. Perchè la musica non è che questo: l'appagamento di un' esigenza che compriamo come prodotto.
E c'è chi questo appagamento lo trova sempre e comunque nel suo genere, nel suo stile, nel suo essere. Quelli che “la-musica-che-ascolto-è-quella-che-indosso-ed-è-la-gente-che-frequento”. Vale per il reggae, a volte. Altre, per l' heavy-metal e per i suoi “metallari”, intensamente descritti da StopTalkingPlease, che ha parlato di quando la musica che porti con te e che indossi alimenta il pregiudizio e l'invettiva.
Perché succede anche questo. Che le catene che si indossano siano tutt'altro che uno strumento di violenza e siano anzi il simbolo di costrizioni esistenziali che ti porti dentro. Un po' alla Audrey Hepburn, così elegantemente dark. E allora, tutti a “a colazione da Tiffany”?