[...] Uno dei principi fondanti della nuova visione economica, ovvero la centralità dei bisogni più genuini dell’individuo, di carattere immateriale, o per dirla con Erich Fromm, la valorizzazione dell’essere rispetto all’avere.
Circa la dimensione spirituale ed affettiva, mi domando infatti come sia possibile valorizzarla in senso ampio, e quindi incentivando la solidarietà tra le persone, se l’uomo è perennemente combattuto tra il bene e il male soprattutto in funzione del proprio ego, della propria sopravvivenza e quindi in relazione all’economia, la “scienza lugubre”, come la definì Thomas Carlyle.
Per migliorare in tutti i sensi forse è necessario competere (dal latino cum petere= tendere verso una meta insieme a qualcuno: si pensi ad una gara sportiva, ad esempio), ma bisogna distinguere la competizione negativa da quella positiva. Perché i sostenitori della decrescita preferiscono promuovere maggiormente il concetto di collaborazione (dal latino cum laborare=lavorare con qualcuno) rispetto a quello di competizione?
L’assunto da cui si parte è dunque il seguente, ovvero se il problema principale che attanaglia l’uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra, avvenuta circa due milioni e mezzo di anni fa, è la sopravvivenza che si fonda quindi sull’economia, com’è possibile rendere la sua condotta etica ad ampio spettro d’azione?
Il termine economia deriva dal greco e significa amministrazione della casa, ebbene come si può gestire in maniera ottimale la casa/Terra e tutti i suoi inquilini?
Esistere significa percepirsi materialmente, ma anche acquistare consapevolezza di tutto ciò che ci circonda. Senza questa verità sostanziale, che può apparire scontata ma non lo è, le azioni dell’uomo risultano fini a sé stesse. Sarebbe già una grande conquista capire cosa significa essere autoreferenziali, ovvero basarsi esclusivamente su sé stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con tutte le altre realtà esistenti, per capire come attuare il Neorinascimento auspicato da Maurizio Pallante.
Fermiamoci a riflettere un po’ tenendo gli occhi chiusi, respirando a pieni polmoni, tendendo le orecchie, liberando il nostro spirito, lentamente… Cosa sentiamo? Forse che siamo parte di un tutto che ha il diritto di esistere come noi, di star bene perché se non rispettiamo ciò che ci sta attorno, quanto ci accoglie, non potremmo mai sentirci felici di poter assistere a meravigliosi spettacoli paesaggistici, di respirarne il profumo, di udirne i suoni, di gioire perché ci sente amati, consolati, protetti… E allora la conoscenza maturata dall’uomo in millenni di vita va riscoperta in funzione dell’emergenza del presente. Dall’osservazione dei fenomeni naturali che gli consentì di coltivare la terra per il suo sostentamento, dalla curiosità che manifestò verso la nascita di nuove creature, dal dolore che provò nel rendersi conto di essere mortale e che lo condusse a praticare le prime forme di culto religioso, nonché a produrre degli oggetti che accompagnassero il defunto nell’aldilà. Dalla consapevolezza di essere circondato da forze superiori alla propria nacque il desiderio di dominarle, per paura di essere schiacciato, tanto da parte di un habitat naturale ambiguo e ostile, quanto dai propri stessi simili. L’Homo sapiens non abita più dentro una grotta, non indossa più indumenti fatti di vegetali o pelle animale, non utilizza più strumenti rudimentali per procacciarsi il cibo: è diventato Homo artificialis. L’ingegno umano ha trasformato lo stesso uomo in una macchina sofisticata inserita in una società urbana industriale in cui ciò che conta è la produzione e la circolazione di merci, l’accumulo di capitale, cosicché le stesse relazioni interpersonali appaiono vendibili.
Dunque occorre soffermarsi sul come attuare una società della decrescita, fondata sulla solidarietà, sul rispetto, senza azzerare tutte le conquiste tecnologiche conseguite, sul come disintossicarci dalle conseguenze dell’industrializzazione ribaltando il rapporto tra natura e artificio, tra spiritualità e materialità, tra una concezione economica di tipo femminile, più propensa ad una produzione artigianale, fondata sui valori affettivi, sul benessere psicofisico, come sostiene lo stesso Pallante, e un’obsoleta visione economica maschile che col trascorrere dei millenni, non solo ha abusato delle stesse risorse naturali, ma ha fatto della competizione sleale, aggressiva, nonché menzognera, il modus operandi per accumulare beni superflui e in larga misura dannosi. [via]