venerdì 6 giugno 2014

Fotografie dalla laguna di Venezia


La laguna di Venezia ha la forma di una grande “C” dove all’estremo sud si trova Chioggia e a nord Jesolo. I due estremi di questa C sembrano “tirati” da una corda di terra che qua e là appare spezzata: è proprio in questi vuoti lasciati dalla terra che si sta costruendo il MOSE, che allora si potrebbe forse chiamare Mosè, data la sua indotta vocazione a governare le acque. Questi lembi di corda di terra hanno il nome di Cavallino, Lido, Pellestrina.


Pellestrina ha due facce: una che guarda Venezia, ed è fatta di case basse; una rivolta all’Adriatico, fatta di sabbia e conchiglie. Sono le telline, che gli uomini vanno a raccogliere con gli stivali nel mare basso, come fossero contadini più ancora che pescatori, come stessero arando la sabbia del mare, la terra. Poi c’è un’altra corda, dalla parte opposta: la E55, una statale a veloce scorrimento, che porta a Mestre e dunque a Venezia. È in questo spazio, questo rettangolo irregolare fatto di terra, di acqua, di asfalto, e di canali che si raccoglie la Laguna di Venezia, un territorio instabile, dove ogni giorno si ridiscute un equilibrio, una gerarchia, un primato: quello fra terra e acqua. Ascoltando le persone del posto si capisce perché qualche centimetro in più o in meno di acqua possa fare la differenza, si capisce quali responsabilità avrà Mosè per questo sistema di vasi comunicanti fatto di canali, paludi, barene, fango, sabbia, sale, oasi, pesci, aironi… e Venezia.

Dietro Jesolo c’è Lio Piccolo, una piazza più che un paese, quattro case e una chiesa, che sul selciato ha la sabbia, e le conchiglie. Poco sotto Venezia c’è Fusina, da cui parte un’autostrada nel mare: per le grosse navi commerciali che all’improvviso riproporzionano lo spazio, buttandoti addosso la loro mole. Qualche chilometro più a sud, o più a nord, un tratto di palude ripristina il silenzio e diventa oasi, dove l’equilibrio è affidato a chi pesca e a volte caccia. Sembra che soltanto qui, in questo territorio poi nemmeno così esteso, possano convivere tutti questi contrasti e che la parola “impatto ambientale” perda di significato in un continuo passaggio sincopato tra suoni e paesaggi, che nella nostra esperienza appartengono a territori fra loro necessariamente lontani.

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