venerdì 28 giugno 2013

Bruce Davidson e l' accumulazione fotografica

Bruce Davidson si racconta.
Io non cerco di raccontare una storia [come per esempio W. Eugene Smith] ma di lavorare intorno a un soggetto in modo intuitivo, verificandone i diversi punti di forza, cercando la sua verità emotiva.
Se, in definitiva, devo trovare una storia che mi riguardi, è semmai nel mio rapporto con il soggetto - ciò che la storia racconta di me, piuttosto di quello che io racconto.

Gran parte delle mie fotografie sono pensate per diventare gruppi compatti di immagini e hanno a che fare con la possibilità di penetrare in un mondo, o in uno spazio, che io temo profondamente o che non conosco o da cui mi sento attratto.
Dalle fotografie del nano del circo a Brooklyn Gang o a est 100th Street, Subway e Central Park, anche se i risultati sono diversi, il processo è simile.

Credo che ciò che mi guidi sia la consapevolezza della profonda solitudine dell'uomo - noi siamo soli alla nascita, soli alla morte. Questa fondamentale caratteristica, insieme al sentimento d'amore, mi spinge a usare la macchina fotografica nel modo in cui fotografo.

Nel mio lavoro non cerco il momento decisivo. La mia fotografia è semmai la ricerca di una serie di momenti decisivi: si sommano l'uno all'altro, producono un effetto di accumulazione, nel senso che il saggio completo ha un valore aggiunto maggiore della somma delle sue parti. Ogni immagine è solo una parte transitoria.
Se la astrai e la consideri da sola, la catena di coscienza e consapevolezza si interrompe.

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