lunedì 25 marzo 2013

Donovan Wylie e il bandolo della matassa

Donovan Wylie si racconta.
Ho cominciato a farmi notare all'età di dieci anni, diventando il campione di yo-yo dell'Irlanda del Nord. Ma la competizione diventava una forma di pressione eccessiva e a dodici anni ho mollato tutto per un'occupazione relativamente più semplice - la fotografia. Ho acquistato una macchina fotografica per 10 sterline da un compagno di scuola. Apparteneva al padre, morto qualche anno prima. Era molto vecchia e spingere l'otturatore diventava un'impresa: a volte funzionava tutto bene, a volte si apriva e si chiudeva solo quando ne aveva voglia.

E' incredibile quante cose ambiziose riesci a fare quando hai molta libertà. A sedici anni mi sono ritrovato, visivamente parlando, a concepire idee di una profondità inaspettata. Quando cresci, è fin troppo semplice sentire le costrizioni che la società impone a un fotografo professionista - le limitazioni insieme del fotogiornalismo e dell'immaginazione dei photo editor. Se non fai attenzione, puoi perdere quel che una volta sei riuscito ad avere dentro di te.

Il mio primo tentativo di realizzare un reportage è stato quando avevo 13 anni. Ho scelto un gruppo di "viaggiatori"; ho smesso di andare a scuola e ho cominciato ad andare con loro. Ricordo un matrimonio; mi divertivo, ma c'era una difficoltà, che mi ha poi richiesto molti anni per risolverla. La difficoltà era riuscire a trovare un equilibrio tra le tante responsabilità che sentivo coinvolte: verso loro come persone, verso l'immagine in sé e verso una nozione più generale di pubblico. Anche se la fotografia è nata come qualcosa di molto semplice, rapidamente è diventata qualcosa di complicato e ci sono voluti anni per trovare il bandolo della matassa. In qualche modo, lo sto ancora cercando.

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