martedì 3 dicembre 2013

John Vink, dare voce a coloro che non ne hanno

John Vink si racconta.
Le storie che voglio raccontare sono simili a quelle dell'attualità dei giornali, se si eccettua che io lavoro prima o dopo l'isteria del momento della notizia. Quando ci sono venti fotogiornalisti in un posto, preferisco andarmene da un'altra parte.
Ho scelto di andare in Angola subito dopo il genocidio in Ruanda perché credo non abbia senso andare in un posto dove ci sono già molti giornalisti ed è garantito che la storia sarà ben raccontata. Perché dovrebbero avere bisogno di un fotografo in più? Credo sia più interessante andare dove non ci sono giornalisti per raccontare una storia.

Ogni posto dove lavoro deve essere un Paese dove penso ci sia bisogno di una speciale attenzione, oppure dove mi sento molto a mio agio. Tutto questo, alla fine, si riduce a questo: io voglio dare voce, anche se solo una piccola voce, a coloro che non ne hanno. Tutti i miei grandi progetti sono dedicarti a contadini senza terra che vivono ai margini della società globalizzata. Nessuno si interessa a loro.
Non sono star né eroi, solo gente semplice e io ho deciso che, con il mio lavoro, devo fare il possibile per diventare il loro avvocato.

La fotografia non può fare molto.
Fornisce diversi livelli di informazione, ma non ha alcuna pretesa di cambiare il mondo.

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