martedì 20 agosto 2013

Jean Gaumy: fissare il tempo

Jean Gaumy si racconta.
Credo di avere un certo istinto animale. Sono come un gatto. Quando realizzo film documentari, uso il mio naturale istinto per sentire cosa sta per accadere pochi minuti o pochi secondi prima che accada. Penso sia molto importante cominciare a preparare la macchina fotografica prima che la situazione raggiunga il suo apice. Per le fotografie succede lo stesso. Anticipo qualcosa e poi, pluf! il pesce è preso.

Da parte mia, come fotografo, non riuscivo a trovare altrove l'attrazione che provavo per i vecchi "classici". In mezzo a tante trasformazioni cercavo i miei segni. Mi sono avvicinato a molte altre situazioni e scattato molte altre immagini. Pesche industriali, porti, navi - in Francia, in Giappone, negli Stati Uniti, in Europa del Nord. Non era la stessa cosa. Sapevo che a bordo dei vecchi pescherecci dal ponte scoperto andavo incontro ai migliori appuntamenti con tempeste, alla ricerca di un'atmosfera, di un'epoca, di un rapporto col mondo. Non so. Qualcosa di molto personale. Qualcosa che stava per essere inghiottito e non sapevo dire.

Ho una sola mano per sorreggermi, l'altra per la macchina fotografica. Il colpo di ieri fa ancora male. Passo con difficoltà da una parte all'altra del ponte. Molto frustante. La borsa ritenuta stagna è di un'inefficienza sconfortante. Impossibile da manipolare con rapidità. Preferisco correre il rischio utilizzando semplici sacchetti per l'immondizia come protezione contro gli spruzzi. Una sola onda un po' violenta basterebbe ad annegare l'intera attrezzatura. Non riesco a vedermici qui, senza apparecchio fotografico... In effetti è chiaro, non ho nulla del contemplativo: di fronte al tempo, alla perdita, di fronte al vuoto, mi inquieto, mi agito, ho difficoltà. E scatto, sperando di fissare il tempo. M'inganno.


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