mercoledì 24 giugno 2009

Decrescita: Politica

Ottavo punto del decalogo sulla decrescita: la Politica. I primi sette li trovate qui.

8. Politica. La politica attuale e in generale, salvo eccezioni, tutto il sistema politico… vive agli antipodi della decrescita economica. Ci sono partiti più o meno sensibili ai problemi ambientali e/o sociali, ma, la maggior parte di essi non si azzarda a mettere in questione il modello attuale di sviluppo economico. Al massimo, parla di una descrescita sostenibile; ma, il problema è che la crescita e la sostenibilità sono, come sappiamo tutti, incompatibili. L’unica alternativa possibile è il bioregionalismo, che ha poco a che vedere con i partiti nazionalisti attuali, perché il bioregionalismo implica una decentralizzazione assoluta e radicale. Il modello sarebbe più vicino a un mondo organizzato su piccole regioni autogestite che a sistemi nazionalisti convenzionali.

Maurizio Pallante:
Il movimento per la decrescita felice si propone di mettere in rete le esperienze di persone e gruppi che hanno deciso di vivere meglio consumando meno; di incoraggiare rapporti interpersonali fondati sul dono e la reciprocità anzichè sulla competizione e la concorrenza; di utilizzare e favorire la diffusione delle tecnologie che riducono l'impronta ecologica, gli sprechi energetici e la produzione di rifiuti; di impegnarsi politicamente affinchè questi obiettivi siano perseguiti anche dalle pubbliche amministrazioni, dallo stato, e dagli organismi internazionali. A tal fine è necessario elaborare un paradigma culturale alternativo al sistema dei valori fondato sull'ossessione della crescita economica illimitata che caratterizza il modo di produzione industriale. Dall'attuale concezione di un "fare finalizzato a fare sempre di più", il lavoro dovrà tornare ad essere un fare "bene" finalizzato a rendere il mondo più bello e ospitale per tutti i viventi. Di questa elaborazione, resa drammaticamente urgente dalla necessità di impedire che l'effetto serra esca fuori controllo. La decrescita felice si propone di essere un tassello, costituendo un laboratorio di idee per un rinascimento ancora possibile.

Serge Latouche:
Senza tuttavia farsi troppe illusioni. Penso che dobbiamo re-inventare la politica dal basso. Per esempio, mi sembra interessante il movimento delle liste civiche, per ridare senso e contenuto alla politica. Ma siamo in una situazione che definirei di guerriglia, e durerà per molto tempo. Dobbiamo resistere, perché oggi il vero potere non è nella politica: il vero potere sono le grandi imprese transnazionali, e gli uomini politici sono solo burattini nelle loro mani. Quando qualcuno imbocca la strada della politica, viene subito manipolato. Per questo sarà una battaglia lunga, che andrà combattuta dal basso; anche se non si deve rinunciare a stare dentro la politica attuale.

Maurizio Pallante:
[…] Destra e la sinistra, in tutte le configurazioni che hanno assunto nel corso della storia, dalle più moderate alle più estremiste, sono due varianti di un identico paradigma culturale che ha come capisaldi la crescita, l’innovazione e il progresso. Accomunate dallo stesso sistema di valori, le differenze che le distinguono consistono nelle politiche da adottare per favorirne al meglio la realizzazione e nelle modalità di ripartirne i vantaggi tra gli attori sociali che col loro lavoro consentono di realizzarli. La destra sostiene che il mercato e la concorrenza sono gli strumenti migliori per favorire lo sviluppo delle innovazioni e la crescita economica. La sinistra ritiene che l’intervento statale sia indispensabile per guidare le innovazioni e la crescita economica verso obbiettivi che armonizzino gli interessi individuali col benessere collettivo. Il pre-requisito è che la torta cresca, altrimenti non ce n’è per nessuno, e il mercato opportunamente indirizzato è lo strumento migliore per farla crescere, ma se si lasciasse al mercato anche il compito di dividerne le fette, i più forti lascerebbero ai più deboli solo quanto basta per sopravvivere. Affinché il progresso economico diventi fattore di un progresso sociale generalizzato, la politica ha il compito di fare in modo che le fette siano suddivise con maggiore equità. Ma se le fette si ripartiscono più equamente, ribatte la destra, si accresce la quota di reddito destinata ai consumi e si riducono gli investimenti in innovazioni tecnologiche, per cui la torta cresce di meno e le fette più grandi di una torta che resta più piccola diventano più piccole delle fette più piccole di una torta che diventa sempre più grande. Non è successo così nei paesi del socialismo reale? Ma adesso che hanno imparato la lezione e hanno scoperto i vantaggi del mercato, le loro economie crescono più delle altre. Un popolo è ricco solo se ci sono i ricchi. Solo se ci sono classi più potenti che hanno il diritto di ritagliarsi fette di torta più grandi. Un’economia più produttiva è meno equa, un’economia più equa è meno produttiva. La destra è dunque più innovativa e progressista della sinistra, anche se la sinistra pretende di possedere in esclusiva queste connotazioni. E se l’obbiettivo comune è la crescita, la destra parte in vantaggio.

Nessuno a destra e a sinistra nutre il minimo dubbio sull’utilità e la necessità della crescita economica. La crescita è il primo punto di ogni programma politico. Un postulato che non ha bisogno di dimostrazione. Come ogni organismo vivente deve respirare, così l’economia deve crescere. Se non cresce è sintomo che sta male. La parola decrescita è stata persino bandita dal vocabolario. Al suo posto si usa la locuzione crescita negativa, che sarebbe come definire gioventù negativa l’età di un centenario. Una mancanza di logica esibita senza pudore, di per sé solo ridicola, se non fosse l’espressione verbale del rifiuto di capire che una crescita infinita non è possibile in un mondo che, per quanto grande, non ha una disponibilità infinita di risorse da trasformare in merci, né una capacità infinita di assorbire i rifiuti generati dai processi di produzione e dalle merci nel corso e al termine della loro vita. Eppure la competizione politica tra destra e sinistra, tra tutte le destre e tutte le sinistre apparse nella storia, si è sempre incentrata sulle rispettive capacità di far crescere l’economia più della parte avversa. La crescita della produzione è l’obbiettivo degli imprenditori, dei sindacati e della finanza. La crescita dei consumi l’aspettativa delle popolazioni. Nel sistema dei valori su cui si fondano le società industriali il più si è identificato e continua a identificarsi col meglio, anche se progressivamente diminuiscono la sua utilità e aumentano i disagi che crea. I danni sono come nascosti da un velo che impedisce di vederli. Le guerre per il controllo dei giacimenti petroliferi, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e i cambiamenti climatici in corso non vengono messi in relazione con l’incremento dei consumi di fonti fossili necessari a sostenere la crescita della produzione e dei consumi. Come se niente fosse, la destra e la sinistra, tutte le varianti attuali della destra e della sinistra, continuano a mettere la crescita al centro dei loro programmi politici. Sostenere la necessità della decrescita significa pertanto collocarsi al di fuori di questa dialettica e rimettere in discussione il paradigma culturale che ha caratterizzato le società occidentali dalla rivoluzione industriale a oggi. Un obbiettivo che richiede uno sforzo di elaborazione immane, a cui sono chiamati tutti coloro che, a partire da una percezione anche soggettiva delle sofferenze che il fare finalizzato a fare di più crea alla vita, a tutte le forme di vita e alla terra in quanto organismo vivente, intendono contribuire a restituire al lavoro la sua intrinseca connotazione di fare bene finalizzato a migliorare la qualità della vita in tutte le forme che essa assume, ben sapendo che solo in questo modo si può migliorare anche la qualità della vita della specie umana.

2 commenti:

  1. Propongo di scrivere una 'Carta Costituzionale parallela', a partire da questo decalogo.

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  2. Il principio della decrescita lo condivido pienamente. Ciò che io rimprovero a questo movimento è la mancata ricerca di una prospettiva politica complessiva. Forse la lettura del mio libro potrebbe interessarti. Da parte mia, mi stamperò tutte le puntate del decalogo, e me le studierò accuratamente: chissà che non mi dia altri stimoli per un nuovo libro!

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